L'Umbria è la regione in cui le donne escono più tardi dal mondo del lavoro: 67 anni
di Mario Bravi

Spesso, ma mai a sufficienza, si è sottolineato, che le donne della generazione tra i 60 e i 70 anni rappresentano un pilastro centrale, una realtà che si è fatta carico non solo della crescita dei figli prima, dei nipoti poi, ma adesso anche dell'assistenza dei loro genitori, che si collocano nella fascia sempre più consistente degli ultraottantenni e degli ultranovantenni, in molti casi non autosufficienti.
La nostra società non ha mai riconosciuto questo ruolo. Va detto con forza.
L'allungamento delle prospettive di vita, che è sicuramente positivo, ha scaricato però tutte le contraddizioni, che questa conquista comporta sulle donne ultrasessantenni. Una generazione, tra l'altro, che quasi sempre non ha voce.
Il CIV (Comitato di Indirizzo e Vigilanza ) dell'INPS ora ci dice che la nostra regione ha un record negativo: le donne umbre sono quelle che, rispetto al resto dell'Italia, vanno in pensione più tardi.
In Umbria, le donne vanno in pensione a 67 anni in media. In altre regioni vanno in pensione prima. In Emilia-Romagna e in Lombardia a 64 anni e 7 mesi, in Trentino-Alto Adige a 64 anni, in Veneto a 64 anni e 4 mesi.
Per gli uomini invece il picco si registra in Calabria con 66 anni e 2 mesi.
L'aumento dell'età richiesta per andare in pensione non è da imputare all'adeguamento automatico all'aspettativa di vita , che scatterà dal prossimo gennaio con un mese in più e poi dal 2028 con altri due mesi, ma al fatto, centrale, che il Governo è intervenuto restringendo tutti i canali di flessibilità delle pensioni anticipate, a partire da opzione donna, fino alle quote.

La storica via d'uscita di opzione donna ma anche le quote, sono state svuotate, provocando cali enormi nella possibilità di andare in pensione. In Italia nel 2022 le lavoratrici che avevano scelto l'opzione donna erano state 26.427, scese nel 2025 a 3.860. Evidentemente l'Umbria è stata tra le regioni più colpite da questo blocco.
L'altro capitolo amaro della vicenda pensioni è rappresentato dagli importi.
Il rapporto del CIV evidenzia un forte divario di genere, tra uomini e donne.
In alcuni casi, il divario di genere arriva addirittura al 47%; se si considerano le pensioni liquidate nel 2025, giungiamo a un dato clamoroso: 1.448 euro lordi per gli uomini e 773 euro per le donne, cioè un assegno più basso di ben 675 euro mensili.
Per tutti questi motivi è necessario tutelare la dignità e il reddito di queste persone, attraverso un sistema di perequazione, che preveda la quattordicesima mensilità e aumenti il trattamento minimo, innalzando i valori delle pensioni, fermi a 10 anni fa.
Inoltre serve un'indicizzazione dei limiti di reddito, per avere diritto, per esempio, alle esenzioni nel pagamento dei ticket. Infine è necessario un intervento vero sulle politiche fiscali.
Il reddito da pensione è infatti quello che paga più tasse rispetto a tutti gli altri . Tutelare queste donne in Italia è un dovere sociale e civile. Non possiamo continuare ad evitare questo nodo centrale per tutta la nostra comunità.





