Dissesto idrogeologico: l'Umbria non può vivere di emergenze

Le immagini e le notizie che accompagnano ormai ogni stagione, lungo tutto il corso dell’anno, ci ricordano quanto il cambiamento climatico stia modificando profondamente il rapporto tra territori ed eventi meteorologici estremi.
Ondate di calore sempre più lunghe, precipitazioni concentrate, temporali violenti e periodi di siccità non possono più essere considerati, né tantomeno trattati, come episodi eccezionali ai quali rispondere di volta in volta con interventi emergenziali.
Affrontare il tema del dissesto idrogeologico attraverso politiche stabili e mirate significa riconoscere davvero l’importanza di tutelare la sicurezza delle persone, delle infrastrutture, delle attività economiche e del patrimonio costruito, ma anche la qualità dello sviluppo e del lavoro.
Il recente Referto della Corte dei conti sulla gestione territoriale della prevenzione, mitigazione e contrasto del dissesto idrogeologico approvato dalla Sezione delle autonomie della Corte dei conti con Delibera n. 14/SEZAUT/FRG/2026, analizza il funzionamento delle politiche pubbliche, la distribuzione dei rischi, i finanziamenti e lo stato degli interventi, indicando con chiarezza che negli anni sono aumentati gli strumenti normativi e le risorse disponibili, ma non è cresciuta nella stessa misura la capacità di realizzare gli interventi.
La Corte individua una governance frammentata, la sovrapposizione di competenze tra più amministrazioni, tempi decisionali lunghi e una capacità tecnica e progettuale degli enti attuatori spesso insufficiente. Il risultato è un sistema nel quale l’urgenza finisce troppo spesso per sostituire la programmazione e l’emergenza diventa il principale criterio attraverso cui vengono riallocate le risorse.
È un limite particolarmente grave in un Paese nel quale, stando ai dati ufficiali ISPRA, il 94,5% dei Comuni è interessato da frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera, 1,28 milioni di persone vivono in aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata e 6,8 milioni risultano esposte allo scenario di pericolosità idraulica media.
Anche i dati sugli interventi mostrano quanto sia necessario cambiare passo. Nel ReNDiS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo) sono censiti oltre 28 mila interventi, ma circa il 32% delle opere risulta ancora da avviare o privo di informazioni sullo stato di avanzamento e soltanto il 27% è indicato come concluso. Dove è possibile ricostruire con maggiore precisione il ciclo finanziario, il quadro resta complesso. Per gli interventi monitorati attraverso BDAP-MOP, il sistema di Monitoraggio delle Opere Pubbliche (MOP) integrato nella Banca Dati delle Amministrazioni Pubbliche (BDAP), a fronte di oltre 3,17 miliardi di euro finanziati, i pagamenti si fermano a circa 1,31 miliardi, il 41,3%.
Il Pnrr ha rappresentato un’occasione straordinaria, ma anche qui emerge la distanza tra disponibilità delle risorse e capacità di trasformarle rapidamente in opere. La Corte analizza 1.350 progetti per un costo complessivo vicino a 1,9 miliardi di euro e rileva che, a fronte di impegni pari a circa il 79% delle risorse, i pagamenti raggiungono il 44,4%.
In Umbria, l’83,7 % dei Comuni presenta contemporaneamente condizioni di rischio idraulico e da frana. Il territorio regionale mostra una vulnerabilità diffusa con quasi il 6% della superficie che ricade nelle classi di pericolosità da frana elevata o molto elevata e oltre il 2% della popolazione coinvolta. Nelle stesse classi ricadono circa il 3% degli edifici e oltre il 5,6% dei beni culturali e l’1,57% delle imprese. Sul fronte idraulico, nello scenario di pericolosità più elevata è interessato quasi il 3% del territorio regionale e circa il 4% della popolazione, mentre la quota delle imprese esposte raggiunge il 4,39%.
Sono numeri che assumono un significato ancora maggiore in una regione caratterizzata da numerosi piccoli Comuni, aree interne, territori collinari e montani e dove il presidio del territorio e la manutenzione assumono un ruolo decisivo.
La programmazione regionale per il 2026 destina circa 38,6 milioni di euro al contrasto del rischio idrogeologico: 20,6 milioni provengono dal Pnrr, 5,2 milioni da risorse regionali, 8,7 milioni dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica e altri 4,1 milioni dalla legge 145/2018 e dalla riprogrammazione di annualità precedenti.
In questa prospettiva, il DEFR 2026-2028 punta a superare una gestione frammentata ed emergenziale, rafforzando monitoraggio, manutenzione programmata, conoscenza dello stato delle infrastrutture e pianificazione degli interventi. Tra le azioni previste rientrano la ricognizione delle grandi derivazioni idroelettriche, il completamento del Piano pluriennale di manutenzione delle sponde del Nera, interventi contro frane e rischio alluvionale e l’introduzione di una specifica disciplina regionale in materia di frane.

La stessa Corte evidenzia tuttavia che le risorse disponibili non sono sufficienti rispetto al fabbisogno segnalato dagli enti locali. I risultati del Pnrr in Umbria mostrano, nella specifica misura destinata alla gestione del rischio di alluvione e alla riduzione del rischio idrogeologico, una situazione relativamente positiva.
Al 9 giugno di quest’anno, risultano 30 interventi della misura Pnrr per la gestione del rischio di alluvione e la riduzione del rischio idrogeologico, per un costo complessivo di circa 17,3 milioni di euro. Di questi, 22 appaiono conclusi e 8 ancora in corso. La Corte dei conti rileva poi per il complesso dei progetti un indicatore medio “pagato su costo progetto” dell’80,2%, che raggiunge l’89,3% per gli interventi conclusi e si attesta al 55,1% per quelli ancora in corso.
A conferma di quanto la capacità amministrativa incida sull’effettiva realizzazione degli interventi, la Corte richiama anche il caso del Comune di Baschi, dove un intervento della Missione 2, Componente 4 del Pnrr è stato completato senza ritardi, con pagamenti superiori al 98% e un livello di rendicontazione oltre l’80%. Un caso che mostra come una progettazione ben definita e una buona amministrazione possano trasformare le risorse disponibili in opere concrete.
Risultati da valorizzare quindi, ma non sufficienti.
Il Pnrr ha una durata definita, il dissesto no. La vera sfida resta quella di trasformare ciò che è stato sperimentato grazie alle risorse straordinarie in una politica permanente di prevenzione. Per farlo servono programmazioni pluriennali certe, continuità nella manutenzione, rafforzamento degli uffici tecnici di Comuni e Province, progettazioni mature e immediatamente cantierabili, un sistema di monitoraggio trasparente e aggiornato e una reale integrazione tra difesa del suolo, pianificazione urbanistica e adattamento climatico.
Come Fillea Cgil riteniamo che questo significhi necessariamente anche investire sulla qualità del lavoro, in opere pubbliche ben progettate e programmate che permettono di costruire occupazione stabile e qualificata, rafforzare competenze professionali e formazione, garantire sicurezza e legalità nei cantieri e ridurre quella logica di urgenza che troppo spesso produce interventi frammentati e discontinui. Un’opera contro il dissesto deve essere sicura non soltanto per il territorio che proteggerà, ma anche per le persone che la costruiscono.
Prevenire significa investire sulla sicurezza delle comunità, sulla tenuta delle infrastrutture e sulla stessa possibilità di continuare a vivere e lavorare nei territori più fragili. L’Umbria può fare della cura del territorio una politica strutturale, ma questo richiede continuità, capacità amministrativa e una programmazione che guardi oltre le scadenze più imminenti.
Intervenire dopo ogni frana o alluvione costa di più, economicamente e socialmente, mentre è urgente costruire prima le condizioni perché quei danni possano essere evitati o almeno significativamente ridotti.
L’Umbria è una terra fatta da tanti piccoli Comuni, aree montane, vallate densamente abitate e un patrimonio storico diffuso. Tutelarne il territorio significa tutelare le persone, il lavoro, le imprese e la possibilità stessa di continuare a scegliere l’Umbria come luogo in cui abitare, lavorare e vivere, oggi e domani.
Elisabetta Masciarri, segretaria generale Fillea Cgil Umbria





