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L’Umbria che si lascia scegliere. Storie e vite di chi ha trovato qui la propria terra

27 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

di Alessandro Vestrelli


Viviamo in un tempo in cui i luoghi tendono sempre più ad assomigliarsi.

Eppure ci sono terre che continuano a conservare una propria inconfondibile risonanza: un modo particolare di tenere insieme paesaggio, storia, pietre, memoria e vite umane. L’Umbria è una di queste.

Terra antica, discreta, quasi gelosa della propria identità, non ama esibire i suoi tesori. Bisogna cercarli, qualche volta semplicemente fermandosi a guardare e ad ascoltare.

Sono nelle città e nei borghi, nelle colline e nelle valli, nelle case costruite con la pietra dei luoghi. Ma sono anche nelle persone.

Volti che incontriamo ogni giorno senza conoscere le storie che portano con sé: uomini e donne nati qui oppure arrivati da lontano, che hanno scelto l’Umbria come patria d’elezione.

Perché un territorio non appartiene soltanto a chi vi è nato.

Appartiene anche a chi lo comprende, lo rispetta e lo valorizza, a chi entra in sintonia con la sua particolare identità senza pretendere di cambiarla.

L’identità di un luogo, del resto, non è immobile: vive degli incontri, delle culture e delle esperienze che nel tempo vi hanno lasciato una traccia.

È forse anche questa una delle vocazioni profonde dell’Umbria, terra capace nei secoli di generare figure universali come Francesco e Chiara e, nella storia più appartata dei nostri luoghi, Albertino da Montone: custodire senza chiudersi, accogliere senza perdere sé stessa.

Poi accade che uno di quei volti conosciuti solo di sfuggita cominci a raccontare. E dietro una persona incontrata lungo una strada di campagna, al bar o tra gli olivi si spalanchi improvvisamente un mondo.

È quanto è accaduto a Flavio Billeri con Giuliano, uno scalatore nato nel Nord Italia che, dopo montagne, viaggi ed esperienze lontane, ha scelto anche lui l’Umbria come propria terra.

Flavio lo ha incontrato, ascoltato e ne ha raccolto i ricordi. Ne è nato questo racconto: la scoperta di uno di quei tesori umani che, silenziosamente, abitano accanto a noi.


Eravamo nati circondati dalle montagne


di Flavio Billeri


La torre e le mura
La torre e le mura

Ogni volta che lo incontro — sulla strada tra i campi che da casa mia porta al suo oliveto, al bar, seduto a un tavolino mentre sorseggia un caffè, oppure a casa sua, tra i ruderi del vecchio castello, con la schiena appoggiata alla torre — accade sempre la stessa cosa.

Un saluto, una pacca sulla spalla, un sorriso sincero. Basta poco. Le parole diventano ricordi e i ricordi cominciano a raccontare di un tempo lontano che sembra appena ieri.

Mi parla di Heini, di Helmut, di Rainer. Ride ricordando Hans Peter. Mi racconta di quando, poco più che quindicenne, scalò insieme ad Almo ed Ettore la Torre Stabeler e la Fessura Picchi alla Torre Delago.

Poi mi parla della grande soddisfazione provata quando, con Benvenuto e Antonio, aprì una nuova via sullo spallone del Crozzer.

È singolare come quei nomi, per me anonimi, assumano nella mia fantasia la fisionomia di eroi invincibili. Mi tornano allora in mente le prime letture: Pizarro, Cortés, le avventure in terre lontane e sconosciute. Poi Jack London, Steinbeck, Chatwin, Terzani: il mondo raccontato da uomini che avevano sentito il bisogno di andare a vedere cosa ci fosse oltre l’orizzonte.

Lo guardo mentre parla. I capelli bianchi, il volto segnato dal tempo, le rughe profonde, il corpo magro ma ancora tonico nonostante gli anni. E poi gli occhi: lucidi, profondi, attenti, come se cercassero dentro di sé le immagini da consegnare alle parole.

Sono gli occhi di un ragazzo. Gli stessi di tutta una vita.

All’improvviso riappare nella mia mente il suo volto giovane e bello, i capelli lunghi come adesso ma neri come la notte, lo sguardo curioso: è la fotografia che lo ritrae da giovane, esposta in un museo di New York.


La torre restaurata con lenta e amorevole cura da Giuliano
La torre restaurata con lenta e amorevole cura da Giuliano

A volte, però, colgo in lui un momento di tristezza. La voce, per un attimo, si incrina e nel racconto sembra passare l’ombra di un dubbio, qualcosa che il tempo non è riuscito del tutto a sciogliere.

Accade quando riaffiora il ricordo di quella tragedia, lassù, sul Pilone Centrale del Frêney, in quel lontano luglio del 1961. Parla di Walter, di uno scalatore straordinario, forse il più forte di tutti i tempi. E parla di quando, in quelle ore terribili, fu costretto a scegliere tra ciò che il suo mestiere gli imponeva e ciò che l’amicizia doveva chiedergli.

Una scelta forse inevitabile, forse impossibile. Una di quelle decisioni che, nel momento in cui vengono prese, sembrano non lasciare alternativa e che tuttavia continuano a vivere dentro di noi anche dopo, quando tutto è finito. Una scelta che può salvare una vita e, nello stesso istante, lasciare aperta per sempre una domanda, un dubbio, un rimpianto.

Non dice molto di più. E forse non serve. Rimane soltanto una breve esitazione nella voce, un silenzio appena più lungo del necessario, come se ci fossero cose che neppure il tempo riesce davvero a consegnare alle parole.

Forse, in fondo, non c’è nemmeno una risposta. Forse certe scelte appartengono a quei momenti estremi nei quali non esiste più ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ma soltanto ciò che è possibile fare. Eppure qualcosa rimane. Un pensiero che torna, una domanda che riaffiora, il peso lieve e ostinato di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

Poi il racconto riprende.

Ma per un istante ho la sensazione che quella montagna custodisca ancora qualcosa. Un segreto che nessuno ha mai davvero riportato a valle e che forse resterà lassù per sempre, tra la neve, il vento e le rocce del Frêney.

Altre volte è il ricordo di un amico che non c’è più, di un volto scomparso, di una voce che ormai vive soltanto nella memoria. O, più semplicemente, il rimpianto per certi momenti irripetibili che il tempo si è portato via e che, per quanto li si insegua nei ricordi, non torneranno mai più.

Ed è forse proprio allora che mi accorgo di quanto il tempo sia crudele. Ci lascia intatti i ricordi, talvolta persino più nitidi di ciò che abbiamo vissuto ieri, ma ci toglie per sempre la possibilità di tornarvi dentro. Restano i nomi, le voci, una risata, il profilo di una parete, la luce di una mattina lontana.


In verticale
In verticale

Restano dentro di noi, ma appartengono ormai a un luogo che non possiamo più raggiungere.

E forse è questo, più di ogni altra cosa, ciò che affiora per un attimo nei suoi occhi: non soltanto la nostalgia per chi non c’è più, ma la consapevolezza sottile e dolorosa che certi giorni, certe amicizie, certe montagne e certi uomini sono esistiti una volta sola.

E che il tempo, quando passa, non restituisce nulla.

Nel suo raccontare i ricordi si sovrappongono, perdendo ogni ordine, ogni senso cronologico. Non importa più cosa sia accaduto prima e cosa dopo.

Ed ecco, all’improvviso, il cielo stellato delle notti in Patagonia. Lo smarrimento di fronte alla distesa senza confini di un deserto, infuocato di giorno e gelido di notte, di cui non riesco a ricordare il nome.

Mi racconta, ridendo, di quella volta in cui, scendendo dal Pilone Centrale del Monte Bianco, fu sorpreso da un’improvvisa bufera di neve. Calò la notte e non riuscì più a trovare il rifugio. Scavò allora un riparo nella neve e lì trascorse le ore che lo separavano dall’alba.

Con le prime luci del mattino si accorse che il rifugio era lì. A pochi metri.

Nei miei ricordi di bambino, nato nella piana del Tevere, le colline tutt’intorno rappresentavano montagne invalicabili.

Ogni volta, nella magia dei suoi racconti, quelle stesse colline tornano a essere per me picchi innevati, altissimi, impossibili.

E allora quasi lo sento, il rumore secco e angosciante del ghiaccio che si spacca. Il sibilo del vento che irrompe tra le fessure e i crepacci. Un’eco lontana trascinata dal vento gelato.

Nel suo accento «dell’Alta Italia» continua a parlarmi di Giorgio, di Cesare, di Guido: nomi per me sconosciuti che, poco alla volta, acquistano un volto.

Mi racconta di luoghi lontani, per me inaccessibili: il Fitz Roy, il Cerro Torre, il Tibet, la Patagonia. Mi parla di rifugi agognati, di tempeste di neve, di pareti infinite. Di amici perduti, di pericoli affrontati e di emozioni che, a distanza di tanti anni, sembrano ancora attraversargli lo sguardo.

Starei ad ascoltarlo per ore.

Un giorno gli chiesi:

"Ma perché sfidare la morte? Perché questo gioco così pericoloso? Qual era il senso?"

Mi guardò, quasi stupito dalla domanda.

Poi rispose, come se fosse la cosa più semplice del mondo:

"Eravamo nati circondati dalle montagne. E noi dovevamo scalarle".


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Nota esplicativa finale con i cognomi delle persone citate nel testo:

  • Heini → Heini Holzer

  • Helmut → probabilmente Helmut Vitroler

  • Reiner/Rainer → quasi certamente Reinhold Messner

  • Walter → Walter Bonatti, se associato al Frêney

  • Almo → Almo Giambisi

  • Benvenuto → Benvenuto Laritti

  • Antonio → Antonio Rainis

  • Cesare → probabilmente Cesare Giraudo

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