Teresa Cavina: "Montone, un cenacolo di talenti per il cinema di domani"
Teresa Cavina racconta il presente e il futuro di una manifestazione che ha fatto di Montone un piccolo crocevia internazionale del cinema, tra grandi autori, giovani talenti e una forte idea della cultura come spazio di libertà e di relazione.
Intervista di Alessandro Vestrelli alla Direttrice artistica dell’Umbria Film Festival

Ci sono festival che si misurano soprattutto con i numeri e altri che costruiscono nel tempo una propria identità.
L’Umbria Film Festival appartiene certamente alla seconda categoria. Nato nel 1989 a Umbertide e approdato nel 1996 a Montone, nel cuore dell’Alta Valle del Tevere, ha attraversato oltre trent’anni di cinema mantenendo una dimensione volutamente raccolta e, nello stesso tempo, una sorprendente apertura internazionale.
Nelle piazze e negli spazi del borgo umbro sono passati negli anni registi, attori e protagonisti del cinema provenienti da paesi e culture differenti. Ma la caratteristica del Festival non è mai stata soltanto quella di portare a Montone nomi importanti: è stata piuttosto la capacità di creare occasioni di incontro, di mettere in relazione gli autori con il pubblico e di affiancare ai maestri del cinema nuove generazioni di cineasti.


Un Festival nel quale i film diventano spesso il punto di partenza per parlare del mondo, dei suoi conflitti, delle libertà, delle trasformazioni sociali e culturali.
La trentesima edizione, svoltasi dal 15 al 19 luglio 2026, ha rappresentato dunque non soltanto un anniversario, ma anche un passaggio importante per interrogarsi sull’identità costruita nel tempo e sulle prospettive future della manifestazione.
A guidare artisticamente questa fase è Teresa Cavina, programmer e curatrice cinematografica con una lunga esperienza internazionale.
Ha lavorato alla Mostra del Cinema di Venezia, è stata co-direttrice del Festival di Locarno, co- fondatrice e co-direttrice artistica della Festa del Cinema di Roma; ha inoltre diretto il FIPA di Biarritz e la programmazione dell’Abu Dhabi Film Festival, contribuendo alla creazione del fondo SANAD per il sostegno al cinema arabo. Collabora con numerosi festival, fondi e istituzioni cinematografiche internazionali.
Dal 2025 è direttrice artistica dell’Umbria Film Festival.
Il suo arrivo a Montone ha, quindi, portato dentro una manifestazione fortemente radicata nel territorio uno sguardo maturato nei grandi circuiti internazionali del cinema. È proprio dall’incontro tra queste due dimensioni — il radicamento in un piccolo borgo umbro e l’apertura verso cinematografie, autori e storie provenienti da tutto il mondo — che prende le mosse questa conversazione.
Nel bilancio del trentennale emergono così alcuni dei temi che possono accompagnare il Festival verso il futuro: il rapporto tra maestri e giovani autori, la forza civile del cinema, la ricerca di opere capaci di leggere il presente e, soprattutto, la possibilità di fare di Montone non soltanto il luogo nel quale i film vengono mostrati, ma uno spazio nel quale opere, idee e nuovi progetti possano nascere dall’incontro.
Dopo questa trentesima edizione, che si è svolta a Montone dal 15 al 19 luglio 2026, quale immagine o quale momento ti resta più impresso? Se dovessi sintetizzare il bilancio del Festival in poche parole, quali sceglieresti?
"È stata un’emozione continua, dalla quale mi riesce difficile separare singoli momenti. Se però dovessi scegliere due immagini, ricorderei l’emozione del pubblico davanti ai film e i giovani registi che, al momento della partenza, si abbracciavano promettendosi di ritrovarsi presto.
In quelle promesse c’era qualcosa che andava oltre il Festival: la sensazione che a Montone fossero nati rapporti destinati a continuare. Direi quindi: emozione, condivisione e futuro".
Nel costruire il programma hai intrecciato grandi autori, cinema del presente, memoria di grandi ribelli e innovatori – San Francesco, Dario Fo, Gillo Pontecorvo – e giovani talenti. Qual è stato il filo rosso che ha unito tutte queste scelte e quale idea di cinema hai voluto trasmettere?
"Il filo rosso è stato la bellezza del cinema, che ogni volta reclama a gran voce il proprio ruolo di settima arte. È la capacità delle storie di intrattenere e, nello stesso tempo, di farci riflettere; è la forza dei temi e degli interpreti, capaci di trasmettere idee ed emozioni che perdurano nel tempo.
Abbiamo cercato di costruire un dialogo ininterrotto tra i maestri del passato e i protagonisti del presente, nella convinzione che il cinema sia una memoria viva: raccoglie ciò che è venuto prima, lo interroga e lo consegna alle nuove generazioni perché possano trasformarlo".
Una delle novità più significative è stata la presenza per più giorni a Montone di numerosi giovani registi, sceneggiatori e produttori coinvolti nelle sezioni Amarcorti e Shortsup, una scelta che hai fortemente voluto.
Che cosa è nato dall’incontro di questi giovani autori tra di loro e con i più affermati cineasti, il pubblico, il borgo? E perché investire sui nuovi talenti è parte integrante dell’identità dell’Umbria Film Festival?
"Ogni sera, cenando nel suggestivo spazio davanti alla chiesa di San Francesco mentre il sole tramontava, si sono intrecciati dialoghi, racconti, consigli ed esperienze.
In quello scenario unico si è creato un luogo quasi magico, nel quale sono stati gettati i semi di futuri confronti e, forse, di nuove collaborazioni e creazioni.
È ancora presto per vederne i risultati, ma sono certa che arriveranno. Montone, da parte sua, ha accolto tutti con grande generosità, trasmettendo il meraviglioso calore dei suoi abitanti e la bellezza incomparabile del borgo e della campagna che lo circonda. Investire sui nuovi talenti significa non limitarsi a mostrare il cinema, ma contribuire concretamente alla sua crescita e al suo futuro. È una parte essenziale dell’identità del nostro Festival".

Che cosa offre Montone a un giovane autore che un grande festival cittadino difficilmente può offrire?
In questi giorni hai avuto la sensazione che qui si siano create relazioni destinate a proseguire anche oltre il Festival?
"I grandi festival hanno il compito fondamentale di presentare gli autori più importanti e di promuovere i film selezionati. Sono ancora più necessari oggi, in una situazione distributiva che lascia sempre meno spazio al cinema d’autore.
Il loro limite, inevitabile date le dimensioni, è che spesso i partecipanti percorrono itinerari paralleli che non arrivano mai a incontrarsi. Le opere diventano accessibili, ma i loro autori, soprattutto quando sono molto affermati, possono rimanere irraggiungibili.
La missione di un festival come il nostro è invece fare in modo che questi percorsi si incrocino, dando origine a conversazioni, confronti e relazioni che in molti casi continueranno nel tempo.
A Montone non si assiste semplicemente a un film: si condivide un’esperienza con chi lo ha realizzato e con chi, magari, sta muovendo i primi passi nello stesso mondo".
Ogni anno Montone accoglie registi e artisti provenienti da tutto il mondo.
Penso, in questa edizione, a Gurinder Chadha e agli altri ospiti internazionali. Che impressione hanno riportato del borgo e dell’Umbria? C’è qualcosa che li sorprende particolarmente e che, forse, noi umbri rischiamo di dare per scontato?
"Direi che, arrivando qui, comprendono immediatamente perché San Francesco sia nato in Umbria. Rimangono colpiti da un’esperienza totale perché, per fortuna, Montone è ancora un luogo nel quale la natura e gli spazi abitati si fondono in un’armonia che toglie il fiato.
Li sorprende non soltanto la bellezza del paesaggio, ma il modo in cui questa bellezza entra nella vita quotidiana, nei ritmi, negli incontri e persino nella visione dei film.
È forse proprio questa armonia, che chi vive qui rischia qualche volta di dare per scontata, a rendere il soggiorno dei nostri ospiti così intenso e memorabile".
Quest’anno il Festival ha affrontato temi difficili, dalla guerra alla libertà di espressione, senza rinunciare alla qualità artistica. Credi che oggi un festival abbia anche una responsabilità culturale e civile oppure debba limitarsi a selezionare i film migliori?
"Non credo che esista alcuna contraddizione tra le due cose. I film migliori non possono essere variopinte scatole vuote: attraverso la forma, le storie, i personaggi e gli interpreti portano sempre con sé uno sguardo sul mondo.
In ciascuno di essi c’è una scoperta, talvolta persino una provocazione, che bisogna saper riconoscere ecomprendere.
La responsabilità culturale e civile di un festival consiste proprio nel selezionare opere artisticamente forti e creare intorno a esse lo spazio necessario perché possano generare pensiero, confronto e consapevolezza".



Tra gli ospiti più significativi c’è stato Abdallah Al-Khatib con “Chronicles from the Siege”. Che giudizio dai di questa sua opera prima e quale pensi possa essere il suo percorso internazionale? Ritieni che abbia le caratteristiche per trovare una distribuzione anche nelle sale italiane?
"Chronicles from the Siege si è già imposto con forza all’attenzione internazionale, vincendo il premio per la migliore opera prima in uno dei festival più importanti del mondo, quello di Berlino.
Da lì ha intrapreso un percorso internazionale che mi auguro possa essere lungo e significativo. È un’opera prima sorprendentemente matura, capace di raccontare una realtà drammatica con intelligenza cinematografica, intensità e un’umanità che non cede mai alla retorica.
Non ha ancora un distributore italiano, ma mi auguro di cuore che possa trovarlo presto. È un film che merita davvero di essere visto, discusso e condiviso anche nelle nostre sale".
Montone ha oggi una giovane amministrazione comunale, con un sindaco e assessori appartenenti a una nuova generazione. Dopo aver vissuto da vicino questa trentesima edizione, quale consiglio ti sentiresti di dare loro per valorizzare ancora di più il rapporto tra il Festival e lo straordinario patrimonio storico, artistico e paesaggistico del borgo? Dove vedi le maggiori potenzialità ancora inespresse?
"Non smetterò mai di essere grata all’amministrazione di Montone per il contributo dato al Festival.
Forse, però, “contributo” non è neppure la parola giusta, perché sembra suggerire una distanza che in realtà non è mai esistita. Tutti, a cominciare dal sindaco, si sono prodigati affinché la manifestazione potesse svolgersi nelle migliori condizioni.
Ho avuto la bellissima sensazione che si sia verificato una sorta di processo di adozione, per la cura attenta e sollecita con cui l’amministrazione ha accompagnato ogni momento del Festival.
Non ho quindi consigli da dare: stiamo percorrendo lo stesso cammino e cerchiamo insieme le direzioni migliori lungo le quali continuare.
Potenzialità ancora inespresse? Sempre! È proprio così che cresce ogni organismo vitale: scoprendo continuamente nuove possibilità".
In questi anni che legame personale hai costruito con Montone e con l’Umbria?
C’è qualcosa che ti sorprende ancora, ogni volta che torni qui, e che rende questo Festival diverso dagli altri che frequenti durante l’anno?
"Ho costruito un legame stupendo. A causa di un percorso lavorativo che mi ha portato molto spesso all’estero, prima di accettare la direzione artistica del Festival conoscevo poco l’Umbria.
Ho ancora moltissimo da scoprire e una voglia immensa di farlo. Collaboro con festival geograficamente molto distanti tra loro, da Rotterdam a Gedda, e per forza di cose frequento regolarmente Berlino, Cannes e Venezia.
Montone, però, possiede la bellezza e la suggestione di un luogo unico. Ogni volta che torno mi sorprende la sua capacità di apparire insieme familiare e ancora inesplorato. La sua unicità nutre la mente e l’immaginazione di chiunque abbia l’enorme fortuna di scoprirlo".


Il trentennale chiude un ciclo importante. Quale direzione immagini ora per l’Umbria Film Festival? C’è un sogno, un progetto o una sfida che vorresti realizzare nelle prossime edizioni?
"Credo che già quest’anno siano emerse chiaramente le possibili linee di crescita del Festival: farne sempre più un punto di riferimento per i giovani autori e, nello stesso tempo, un luogo nel quale questi ultimi e gli artisti affermati possano incontrare davvero il pubblico e incontrarsi tra loro.
Naturalmente sarebbe importante poter contare su un budget certo e adeguato, che permetta di estendere la permanenza degli ospiti, soprattutto di quelli internazionali.
Il mio desiderio è far crescere sempre più ciò che quest’anno ha cominciato a prendere forma: una sorta di cenacolo contemporaneo di talenti, nel quale le persone abbiano il tempo di conoscersi, confrontarsi e immaginare insieme nuovi progetti.
Un luogo non soltanto di presentazione delle opere, ma di esplosione della creatività e delle idee. Il sogno più grande? Che il festival possa contare, ancora per molti anni, sulla presenza del suo grande, meraviglioso ispiratore, la sua stella polare: Terry Gilliam!".





