Trent’anni dopo: a Montone, l’Umbria Film Festival conferma la forza del cinema come bene comune
- Nuove Ri-generazioni UMBRIA

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La serata con il regista palestinese Abdallah Al-Khatib tra i momenti più intensi.
di Alessandro Vestrelli

Trent’anni dopo la sua nascita, l’Umbria Film Festival continua a dimostrare che il cinema può essere molto più di uno spettacolo: uno spazio di incontro, dialogo e crescita civile.
La direttrice artistica, Maria Teresa Cavina ha costruito un programma capace di intrecciare memoria e presente, grandi autori e nuovi talenti, confermando sia la vocazione internazionale della manifestazione che il suo profondo legame con la comunità di Montone.
Filo conduttore di questa trentesima edizione è stato il cinema come responsabilità etica e sguardo sul presente, in aperto rifiuto dell’idea di un cinema “neutro”.
Il festival ha ribadito la propria natura di autentico festival di comunità, con tutte le proiezioni gratuite e il borgo trasformato in una grande sala cinematografica diffusa. Il programma ha saputo coniugare l’impegno a non far calare il silenzio sul genocidio in atto in Palestina con la volontà di ravvivare la memoria di grandi “ribelli anticonformisti” come San Francesco, Dario Fo e Gillo Pontecorvo.
La presenza di ospiti italiani e internazionali – fra gli altri Elio Germano, Francesco Virga, Marco Pontecorvo, Mattea Fo, Abdallah Al-Khatib, Gurinder Chadha e Arnaud Louvet – ha confermato la capacità di un festival nato in un piccolo borgo di dialogare con il mondo. Anche le istituzioni regionali hanno sottolineato il valore strategico della manifestazione, annunciando un rafforzamento dell’attenzione verso il settore cinematografico e i festival umbri.
La serata dedicata al regista palestinese-siriano Abdallah Al-Khatib ha rappresentato uno dei momenti di maggiore intensità emotiva e culturale, riaffermando il cinema come linguaggio universale di testimonianza, dignità e libertà.
Una Piazza Fortebraccio gremita, un pubblico attento e cosmopolita, un lungo applauso al termine della proiezione: così, il 16 luglio scorso, è stata accolta Chronicles from the Siege (Cronache dall’assedio), opera prima del regista. Presentato in prima mondiale alla 76ª Berlinale, dove ha conquistato il premio come miglior lungometraggio d’esordio, il film conduce lo spettatore dentro una città devastata dalla guerra e stretta da un assedio che sembra non avere fine.


Attraverso cinque storie che si intrecciano, uomini e donne cercano di sopravvivere alla fame, alla paura e all’incertezza, aggrappandosi ai legami affettivi e ai piccoli gesti della quotidianità. I personaggi appaiono, scompaiono e ritornano in scena, componendo un mosaico corale che restituisce tutta la complessità della vita sotto assedio.
Al termine della proiezione, il regista ha raccontato di essere cresciuto in un campo profughi in Siria e di aver realizzato questo film con un obiettivo preciso: restituire umanità e dignità a persone che troppo spesso vengono raccontate soltanto come numeri o vittime di una tragedia.
Una dichiarazione che ha conferito ulteriore profondità a un’opera capace di evitare ogni retorica e di affidare alla forza delle immagini il racconto della resistenza quotidiana.



Il confronto è proseguito venerdì 17 luglio al Cinema Ed Lewis nel seminario “Commedia e satira, il linguaggio della libertà”, al quale hanno partecipato, oltre al regista palestinese, anche la pluripremiata regista Gurinder Chadha e Mattea Fo. Particolarmente intenso l’intervento di quest’ultima, che ha confessato di essersi profondamente commossa già la sera precedente davanti al cortometraggio Everyday in Gaza e poi durante la visione di Chronicles from the Siege.
La sua riflessione si è trasformata in un appello a non fermarsi all’emozione, ma a tradurla in responsabilità concreta, richiamando il dovere di difendere i diritti del popolo palestinese e denunciando le responsabilità che anche l’Occidente porta rispetto alla tragedia in corso. Teresa Cavina ha voluto riservare molto spazio anche a giovani cineaste/i emergenti, in gara nelle due sezioni dedicate ai cortometraggi italiani (Amarcorti) ed ai cortometraggi per ragazzi (Shortsup).

Questa edizione ha confermato una delle vocazioni più autentiche dell’Umbria Film Festival: fare del cinema non soltanto un’esperienza artistica, ma uno spazio di confronto, capace di interrogare le coscienze e di costruire ponti tra persone, culture, storie e sensibilità diverse. In tempi segnati da conflitti, guerre e divisioni, il festival di Montone continua così a dimostrare come il grande cinema possa diventare un linguaggio universale di memoria, dignità e libertà.
A trent’anni dalla sua nascita, il magico, imperdibile evento conferma così la propria missione più profonda: custodire il cinema come bene comune, capace di generare conoscenza, alimentare il dialogo tra i popoli e tenere viva una coscienza critica indispensabile per comprendere il nostro tempo.
In un piccolo borgo dell’Appennino umbro continua a prendere forma, anno dopo anno, un’esperienza collettiva che supera i confini del territorio e parla al mondo, ricordandoci che la cultura non è un lusso, ma uno degli strumenti più preziosi per difendere l’umanità delle persone e la libertà delle coscienze.




