Torniamo a parlare di clima

Torniamo a parlare di clima. C’è un passaggio, nel nuovo Rapporto dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, settembre 2026), che è bene sottolineare: il riscaldamento globale supererà la soglia di +1,5°C rispetto a ciò che era stato fissato, a suo tempo, dall’Accordo di Parigi e, anche nello scenario migliore, si stabilizzerà intorno ad almeno 1,8°C.
Per tornare indietro serviranno decenni. Insomma, non siamo più di fronte a un obiettivo da raggiungere o a un rischio da evitare, ma davanti a un dato. Ed è da qui che dovrebbe partire qualsiasi riflessione sulla crisi climatica, sull’economia, sull’energia. Da questi fattori dipenderà la gravità dei suoi impatti sulle persone, sull’economia, sulla società.
Già oggi ne vediamo i segnali: ondate di calore sempre più frequenti, incendi, siccità prolungate, eventi meteorologici estremi.
Man mano che gli scenari più caldi diventano realtà, gli impatti sull’ambiente e sulla società smettono di essere marginali e diventano strutturali. A crescere sono anche i costi della mitigazione: più si ritarda il taglio delle emissioni, più aumenta la dipendenza da interventi successivi.
Il Rapporto UNEP distingue tra soluzioni basate sugli ecosistemi, come riforestazione e gestione dei suoli, e soluzioni tecnologiche. Le prime sono oggi le più praticabili, ma richiedono enormi superfici e non garantiscono un’attività di intervento sulla CO₂ stabile. Le seconde restano costose, ancora poco mature e difficili da implementare. In ogni caso, anche nelle proiezioni più ottimistiche, il contributo di queste tecnologie nel ridurre il riscaldamento globale è limitato: possono ridurlo solo di pochi decimi di grado.
Un apporto importante, ma non sufficiente.
Il Rapporto, però, non è un invito ad arrendersi a un futuro inevitabile. Al contrario, stabilisce una gerarchia molto chiara: oltre +1,5°C esistono differenze profonde tra scenari peggiori e meno peggiori.
La variabile decisiva diventa il tempo, che scandisce la velocità dei tagli alle emissioni e la capacità di contenere il picco dei gas dannosi.
Ed è su questo punto che la questione torna a essere politica. Per restare intorno a 1,8°C la neutralità climatica – quando cioè le emissioni antropiche saranno totalmente assorbite dagli ecosistemi – non è più negoziabile, ma rappresenta un passaggio obbligato.
Questa combinazione tra riscaldamento e variabilità naturale rende ancora più urgente un tema rimasto troppo a lungo in secondo piano: l’adattamento. Perché, se una parte degli impatti è ormai inevitabile, la capacità di ridurne i danni dipende dalle scelte che facciamo oggi.
E su questo fronte l’Italia resta esposta e in forte ritardo.
La crisi climatica è la principale minaccia per gli 8mila chilometri costieri del nostro Paese. I ghiacciai italiani, preziosa riserva di acqua dolce, hanno già perso circa il 40% del loro volume e si ritireranno sempre di più. Le precipitazioni complessive sono destinate a diminuire, mentre cresce il pericolo di frane e alluvioni. Le produzioni agricole, soprattutto nel Mezzogiorno, rischiano di ridursi in modo significativo, colpendo alcune delle filiere più rappresentative del made in Italy.

Non è un caso che l’Italia sia considerata un “hot spot” climatico, un’area in cui il riscaldamento procede più rapidamente rispetto alla media globale.
Eppure, almeno sulla carta, uno strumento esiste. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC), del 2023, individua 361 misure per rafforzare la resilienza di infrastrutture e territori a livello nazionale e regionale, dalla gestione delle risorse idriche alla tutela degli ecosistemi. Il problema è che, a più di due anni di distanza, il PNACC non ha ancora beneficiato di alcun finanziamento.
L’Italia, invece, continua a essere in ritardo e a parlare di altro. Il PNACC, approvato nel 2023, ha richiesto due anni solo per avviare il comitato di coordinamento e non dispone ancora di risorse dedicate per l’attuazione. Non si tratta di assenza totale di interventi, ma di una loro dispersione, priva di una regia unitaria e di una valutazione sistemica dei rischi già nel breve periodo.
Serve una vera programmazione capace di coniugare la massima partecipazione dei territori con l’urgenza indifferibile di accelerare sulla realizzazione degli impianti di energia pulita.
Del tema ha parlato anche il direttore scientifico di ASviS, Enrico Giovannini, ricordando che «l’adattamento non può essere considerato una voce accessoria delle politiche pubbliche, ma una componente strutturale della programmazione economica e istituzionale».
Di fronte a tutto questo cosa bisognerebbe fare? Almeno due cose.
La prima è ovviamente accelerare la transizione verso le energie rinnovabili e, parallelamente, lavorare sull’adattamento delle nostre città e dei nostri territori per cercare di fronteggiare i fenomeni che si teme possano realizzarsi nei prossimi mesi, riducendone gli effetti negativi.
Viste le preoccupanti previsioni degli scienziati, servirebbe un organismo di coordinamento nazionale in grado di integrare le evidenze scientifiche nella gestione dei rischi climatici e immaginare gli interventi necessari.
In secondo luogo, occorrerebbe prevedere in Legge di bilancio investimenti specifici per l’adattamento, indirizzati ai settori più esposti. Infine, è necessario rafforzare il coordinamento tra livello nazionale, regionale e comunale e coinvolgere le grandi imprese pubbliche nell’integrazione del rischio climatico nei propri piani industriali.
Le soluzioni esistono, con livelli diversi di costo e complessità. Ma soprattutto serve un cambio di impostazione culturale e politica: la tutela dei territori e delle persone non può essere soltanto una risposta ex post agli eventi estremi, ma deve diventare prevenzione e programmazione.
Mario Margasini, presidente Nuove Ri-Generazioni Umbria





