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Niscemi non è un’eccezione: le frane aumentano, la prevenzione arretra

di Rossella Muroni


Nonostante la disponibilità dei fondi europei e del PNRR, la sicurezza del territorio è stata definanziata e ridotta a interventi locali senza una visione organica di prevenzione.



(Articolo pubblicato su HuffingtonPost il 02/02/2026)


C’è un’Italia che scivola via, lontana dai riflettori. È l’Italia dei centri collinari come Niscemi, nel cuore della Sicilia, dove il terreno si muove piano e di continuo, dove gli smottamenti e le erosioni hanno sostituito l’agricoltura e l’abbandono ha preso il posto della manutenzione. Ma la mappa del rischio oggi si estende ben oltre: secondo l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), il 93% dei Comuni italiani ha aree classificate a pericolosità idrogeologica elevata o molto elevata, e oltre 1,3 milioni di cittadini vivono stabilmente in zone dove una pioggia intensa può tradursi in disastro.


Niscemi non è un’eccezione, ma un prototipo. Secondo il Rapporto sul Dissesto Idrogeologico in Italia 2023 dell’ISPRA, località come Aidone, Piazza Armerina e Butera (sempre in Sicilia) condividono con Niscemi substrati argillosi e sabbioso-marnosi, molto sensibili alle piogge intense e allo scorrimento superficiale. Qui il dissesto è spesso composto da frane lente, movimenti di terreno “quasi invisibili” che durano mesi e modificano radicalmente il paesaggio mettendo a rischio centri abitati e strade rurali.


Oltre lo Stretto, una situazione analoga si trova in Basilicata, nei Comuni di Irsina, Tricarico e Tursi: terreni fragili, erosione attiva e rete torrentizia densa. Il caso di Tursi, dove il centro storico si affaccia su un’area di frane profonde e diffuse, è praticamente gemello di Niscemi, con un rischio classificato R4 – molto elevato. Anche Gioiosa Ionica e Badolato, in Calabria, vivono la stessa precarietà: colline ripide, suoli sabbiosi e urbanizzazione spinta fino ai margini di versanti instabili. Persino più a nord, in contesti morfologicamente diversi, Comuni come Cagli (nelle Marche) o Sigillo (in Umbria) presentano vulnerabilità comparabili: pendii argillosi, piogge concentrate, frane superficiali e scarsa manutenzione dei versanti.



Un mosaico di fragilità diffusa che attraversa l’Italia e unisce, da Sud a Centro, la geografia del rischio con quella dell’abbandono. Dai dati elaborati da Legambiente e ASviS emerge una realtà imbarazzante: mentre i fenomeni franosi aumentano — oltre 620 mila censiti dal progetto IFFI — le politiche di prevenzione arretrano. Nonostante la disponibilità dei fondi europei e del PNRR, la componente dedicata alla sicurezza del territorio è stata definanziata e frammentata, ridotta a interventi locali e non a una visione organica di prevenzione. L’ASviS, nella sua analisi del 2023, parla di “una regressione nella cultura della sicurezza ambientale”: i fondi destinati al contrasto del dissesto, inizialmente previsti come linee strategiche, sono stati ridotti e dispersi tra misure minori.


L’ultima autentica politica di sistema è stata “Italia Sicura”, la Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico istituita nel 2014 presso la Presidenza del Consiglio. Il progetto coordinava Ministeri, Regioni, Protezione Civile e Autorità di Bacino, con un piano pluriennale di messa in sicurezza e un’anagrafe aperta di oltre 7.000 cantieri e 7 miliardi di investimenti programmati. Era un modello unico nel Paese: una cabina di regia centrale che integrava dati tecnici e risorse economiche e che aveva introdotto strumenti di monitoraggio trasparente. Ma nel 2018 tutto fu smontato: la struttura venne depotenziata e poi soppressa, frammentando di nuovo le competenze.


Da allora, il sistema è tornato a una logica di emergenza permanente, dove ogni alluvione diventa un decreto e ogni frana un’emergenza da commissariare. Mentre le politiche si disgregano, il consumo di suolo avanza inesorabile. Nel 2023 l’Ispra ha registrato 2,4 metri quadrati di suolo cementificato al secondo, con punte drammatiche nelle zone periurbane e costiere. Un ritmo incompatibile con ogni forma di resilienza. La Società Geografica Italiana intanto denuncia da tempo una “trasformazione irreversibile” dei paesaggi agrari e chiede da anni una legge nazionale per lo stop al consumo di suolo, ferma in Parlamento da quasi dieci anni.



Ma c’è un altro male cronico: l’abusivismo edilizio. Il disastro di Ischia ne è stato il simbolo: pendii instabili, costruzioni fuori norma, condoni infiniti. Secondo Legambiente, il 12% delle abitazioni costruite negli ultimi vent’anni in aree a rischio elevato o molto elevato non avrebbe mai dovuto essere autorizzato. Un paradosso criminale: si continua a costruire dove il terreno non regge.


Il 93,7% dei Comuni italiani ha aree a rischio; il 94% dei siti UNESCO italiani è interessato da potenziale dissesto; in Italia esistono 620 mila frane censite, un vero record europeo; 4 euro su 5 della spesa pubblica sono spesi per riparare i danni, uno solo per prevenirli.


È un modello insostenibile, dove la sicurezza del territorio resta un costo e non un investimento.


Non ci sono scorciatoie e la via per affrontare la situazione è fatta di visione, coerenza e coordinamento. Occorre una legge nazionale, attesa ormai da più di 10 anni, per arrestare il consumo di suolo entro il 2050, con incentivi alla rigenerazione urbana. Bisogna ricreare una cabina di regia nazionale, erede di Italia Sicura, per coordinare fondi e interventi.

È urgente istituire un Fondo unico per la sicurezza territoriale, con risorse pluriennali e meno burocrazia. Procedere con l’aggiornamento in tempo reale delle mappe Ispra mediante open data, satelliti e sensori locali. Infine, ma fondamentale, il pieno inserimento del rischio idrogeologico nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.


Proprio in queste settimane, a Bruxelles e a Roma, si discute dell’ipotesi di dirottare una parte dei Fondi di Coesione europei verso spese per la difesa militare. Un’idea che rischia di disegnare una priorità rovesciata: mentre l’ambiente cede e i territori franano, si sottraggono risorse a ciò che davvero difende la sicurezza quotidiana dei cittadini.


Non è la natura a essere pericolosa: lo diventa quando la violiamo e poi la dimentichiamo”. Così sintetizza la situazione la Società Geografica Italiana nella sua ultima relazione. Dai pendii argillosi di Niscemi, Aidone e Butera, ai calanchi di Tursi o alle colline franate di Cagli, un filo comune unisce queste terre fragili, impoverite e poco protette. Il rischio non è solo geologico, è politico. Ogni frana che scende non è un evento naturale, ma un fallimento di programmazione. Senza una regia nazionale, senza una legge sul consumo di suolo e senza manutenzione ordinaria, l’Italia continuerà a risvegliarsi, dopo ogni alluvione, a chiedersi perché il disastro fosse così prevedibile.

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