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Cinque Clarisse da Montone al Libano: la guerra, gli incontri, la speranza che resiste

Suor Gloria Paoletti e Suor Damiana Ardesi raccontano come la scelta di “esserci” rigeneri lo sguardo: dalla distanza mediatica a un incontro vero con un popolo ferito, oltre le narrazioni piegate al potere.


Intervista di Alessandro Vestrelli


Per anni, nel monastero di Montone, la comunità delle clarisse ha custodito una vita di preghiera silenziosa e di discernimento profondo, maturando – passo dopo passo – una chiamata che non nasce dall’improvvisazione, ma da un lungo ascolto della realtà e della Chiesa.

Già nella precedente intervista, pubblicata su questo sito il 23 luglio 2025, emergeva un tratto distintivo: una fede che non si chiude nella clausura, ma si lascia interrogare dalla storia.

Oggi quella stessa comunità ha compiuto un passaggio radicale: portare la propria vocazione dentro una terra ferita.

A Zahle, nella Valle della Beqā, in Libano, la loro presenza “in carne ed ossa” sta producendo una trasformazione dello sguardo. Non più la distanza filtrata dalle immagini mediatiche – spesso parziali, talvolta piegate a interessi ideologici o geopolitici – ma un contatto diretto con un popolo composito, segnato dalla sofferenza e insieme attraversato da una sorprendente capacità di resistenza. È uno sguardo che si purifica: dalla semplificazione alla complessità, dal giudizio alla relazione, dalla paura alla condivisione.


Bombardamento visto dal terrazzo del convento dei frati
Bombardamento visto dal terrazzo del convento dei frati

In questi giorni difficili – tra il rumore dei droni, i missili, la tensione quotidiana – la paura entra nelle vostre giornate? Avete mai pensato: “forse era meglio restare a Montone”?

«Sinceramente no, non abbiamo paura! Innanzitutto perché Zahle (quarta città più grande del Libano, nella Valle della Beqā ), la cittadina in cui stiamo trascorrendo questi nostri primi mesi, è quasi totalmente cristiana, per cui non vi è la presenza di Hezbollah, la milizia filo-iraniana perennemente in guerra con Israele.

Stranamente, almeno sino ad oggi, la Valle della Beqā, se non in modo mirato, ha subìto meno bombardamenti rispetto alla guerra del 2025. Al Sud del Paese, e in certi quartieri di Beirut, la situazione è, però, disastrosa. Noi percepiamo certamente la tensione: i droni sorvolano la zona, è capitato di vedere un paio di bombardamenti dal terrazzo del convento dei frati che ci stanno ospitando, qualche notte sentiamo il lancio dei missili da parte di Hezbollah verso Israele; la cosa più brutta però è il rumore dell’aviazione israeliana quando infrange la barriera del suono: sembrano vere e proprie bombe che fanno tremare i muri delle case e, spesso, rompono i vetri. Abbiamo imparato a lasciare sempre una fessura alle finestre per evitare che lo spostamento d’aria li infranga.

Ma, grazie a Dio, nessuna di noi ha particolarmente paura. Ci sentiamo al sicuro, non rimpiangiamo di essere qui, anzi! Sperimentiamo l’importanza dell’“esserci”.


Mappa Libano
Mappa Libano

Dopo lo scoppio della guerra in tanti ci dicevano: “non partite, aspettate, fate finire la guerra e poiandate…”. Ragionevole, ma non avrebbe fatto la differenza! Dopo lo scoppio della guerra la responsabile della comunità ha domandato alle sorelle già in Libano se volessero tornare. Tutte e tre hanno risposto di voler rimanere e condividere anche questi momenti drammatici…

Mentre tutto sembra morire, mentre la gente non ha più speranza e i giovani vogliono solo andarsene da un Paese che pare senza futuro, le persone continuano a ripeterci: “Se voi ci siete allora c’è speranza!”, “Voi siete la nostra speranza!”.

Saremo comunque e sempre delle straniere, con la possibilità di tornare in Italia in ogni momento. La maggior parte delle persone non ha questo privilegio. E quando tutto sarà finito, aver deciso di rimanere farà la differenza agli occhi delle persone.

Quando a causa dell’arabo è così difficile comunicare, crediamo che sia la vita con i suoi fatti, le sue scelte ad esprimere la stima, il bene e la nostra gratitudine verso questo popolo. Esserci è per ora l’unico gesto che dice il nostro amore per questo Paese».


Gruppo clarisse a Zahle
Gruppo clarisse a Zahle
Vicini
Vicini

La vostra scelta può apparire temeraria: voi la sentite così, oppure la vivete come una forma di fedeltà semplice? Cosa significa fondare in tempo di guerra?

«Una scelta maturata in cinque anni di discernimento personale e comunitario, quindi di preghiera, conoscenza approfondita del contesto libanese, confronto con le mediazioni…

Non si può ritenere temeraria: è soprattutto la risposta ad una chiamata, di Dio e della Chiesa.

Una volta riconosciuta l’intuizione spirituale, abbiamo dato la nostra disponibilità al Signore perché portasse a compimento la sua opera e, passo passo, cerchiamo di essere fedeli all’impegno preso, certe che l’aiuto di Dio non mancherà.

La fondazione di un monastero, ora lo comprendiamo ancora meglio, non inizia o si compie solo quando viene edificato l’immobile, bensì con la sua preparazione remota, che è una specie di gestazione: una vita custodita nel silenzio, nella speranza della realizzazione che, a tempo opportuno, si concretizza e prende forma.

Purtroppo è scoppiata l’ennesima guerra che ha coinvolto anche il Libano, ma non ci è sembrato per nulla inopportuno proseguire il nostro cammino, anzi!

Valutata con prudenza la situazione, verificato che si poteva procedere in sicurezza, ci siamo trasferite gradualmente e definitivamente in Libano. Quando si ama un popolo, con lui si vivono la guerra e il dopoguerra, tutto».


C’è stato un incontro, uno sguardo, un momento in cui avete percepito che la vostra presenza aveva già un senso?

«Ci sono stati molti incontri! Ci siamo innamorate di questa terra proprio grazie agli incontri e alle relazioni che nel tempo sono nate e cresciute. Il primo che mi viene in mente riguarda la casa che stiamo per acquistare e che diventerà il nostro monastero: è abitata da trent’anni da una famiglia siriana, quindi musulmana, che funge da custode.

Ovviamente, con il nostro arrivo dovranno andarsene. Parlando con la signora che vive lì, percepivo la mia presenza come una violenza nei suoi confronti. Ero abbastanza turbata.

Successivamente mi ha raggiunta la figlia e mi sono sentita di chiederle scusa. Lei mi ha chiesto: “Perché mi chiedi scusa?”. Le ho risposto spiegando la situazione. Lei mi ha sorriso e, con tanta pace, mi ha detto: “Se vieni tu, io sono contenta!”.

Un altro episodio riguarda una giovane siriana, eravamo lì in occasione del suo matrimonio: non conosceva lo sposo, lo aveva incontrato quel giorno stesso. Studiava a Damasco, aveva una casa, una vita… e si è ritrovata, a soli vent’anni, in un campo profughi in Libano, moglie di un giovane che vedeva per la prima volta. Non scorderò mai la tristezza nei suoi occhi.

Eppure, ogni volta che andavo a trovarla, mi guardava con meraviglia, come se in me vedesse la possibilità di una libertà a lei sconosciuta. Una volta ha voluto fare una foto insieme e poi mi ha messo tra le mani un piccolo Corano dicendomi: “L’ho portato con me da Damasco, voglio regalartelo!”.

Poi ci sono le esperienze quotidiane: alle 19, mentre preghiamo il Vespro, inizia il richiamo del Muezzin. Noi preghiamo i salmi e lui legge il Corano. È l’esperienza bellissima della possibilità di pregare insieme l’Unico Dio.

Durante la Veglia Pasquale, al momento dell’accensione del cero, è cominciata la preghiera dal minareto della Moschea. Mi sono detta: “Ma che bello! Non sarà così anche nel Paradiso?”.

E che meraviglia svegliarsi tutte le mattine al canto del Muezzin…qualcuno ne è disturbato, per noi è il ricordo del primato di Dio nella nostra giornata!

Credo che semplicemente “esserci” sia un segno evangelico: esserci nell’amicizia, nel rispetto reciproco, nell’ascolto e con il desiderio di imparare a conoscere, anche dai nostri fratelli dell’Islam, quella parte del volto di Cristo che ancora non conosciamo».



Che cosa significa, concretamente,

“stare accanto” alle persone?

«In questi primi mesi di vita in Libano siamo state ospiti nel convento dei nostri confratelli di Zahle e naturalmente non è come stare nel nostro monastero di Montone, in clausura.

Pur avendo un nostro spazio riservato, condividiamo con i frati la casa, gli ambienti quotidiani, la cappella e la chiesa parrocchiale, insieme alle molte persone che la frequentano.

È un tempo di transizione, previsto e, in un certo senso, provvidenziale: manifesta come il nostro essere Clarisse sia una realtà interiore, non legata alle mura.

Ci offre anche l’occasione di incontrare le persone nel contesto in cui vivono, proprio mentre i rumori della guerra si fanno vicini e le notizie di distruzione e morte sono quotidiane. Condividere ora, fianco a fianco, la paura, la preghiera e la speranza, riteniamo sia un valore aggiunto alla nostra presenza di domani, quando saremo in clausura nel nostro monastero, tra le loro case».


Cosa vedete accadere davvero in Libano?

E a noi cosa chiedete?

«Nel Libano devastato dalla guerra vediamo i frutti dell’idolatria, peccato primordiale dell’uomo, che sostituisce Dio con il proprio tornaconto economico, ideologico o di potere.

Se Dio è il Creatore dell’umanità, come potrebbe ordinare la distruzione?

Dio è il Dio della pace, dell’amicizia, del perdono, della mitezza, delle Beatitudini.

Sappiano i “tiranni” che Dio non toglie la vita , anzi la dona, e che, chi usa violenza non parla e non agisce a nome Suo.

Il rischio è che queste guerre vengano dimenticate o percepite come inevitabili. Così si uccidono le persone due volte.

Crediamo che tutto ciò che tiene desta l’attenzione e sensibilizza l’opinione pubblica sia cosa buona. Poi ciascuno, con la propria fede e coerenza, reagisce con gli strumenti che ha: la preghiera, ma anche gesti concreti di fraternità, di aiuto e di riconciliazione.

Siamo convinte che la pace passi anche attraverso scelte quotidiane: coltivarla nelle relazioni rende più vera la preghiera per la pace nel mondo».

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