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La nobiltà nascosta: Napoli e l’arte che restituisce dignità

Un gruppo di umbri tra spiritualità, storia e contraddizioni della contemporaneità. Ma il cuore del viaggio è nel Rione Sanità dove, tra le opere di Jago e il lavoro delle cooperative, prende forma una idea di riscatto che interroga anche le nostre comunità.


di Alessandro Vestrelli


La Pietà di Jago - Foto di Gioia Ambrosi
La Pietà di Jago - Foto di Gioia Ambrosi

C’è una Napoli che si visita, e una Napoli che si incontra.

Il viaggio promosso dal Centro socio culturale San Francesco, con il coinvolgimento dell’Università delle Tre Età di Umbertide e dell’Associazione astrofili Mizar, dal titolo “Miseria e nobiltà: tra il sacro e il profano”, ha attraversato entrambe.

Tre giorni intensi – dal 20 al 22 marzo 2026 – costruiti come un itinerario stratificato: dalla spiritualità dell’Eremo di Camaldoli, “Casa di Santa Brigida con la più bella vista sul Golfo”, al fasto del Palazzo Reale. Dalla classicità del Museo Archeologico Nazionale alle maioliche colorate del Munasterio ‘e Santa Chiara, fino al Tesoro di San Gennaro e ai capolavori di Caravaggio.

Un percorso che ha toccato anche il rapporto tra arte e morte: nella Cappella Sansevero, tra il Cristo velato e i simbolismi esoterici, e nel complesso di Sant’Anna dei Lombardi, tra l’armonia rinascimentale e la suggestione della Cripta degli Abati.

Ma, paradossalmente, non è stato il passato, bensì il presente, a suscitare il massimo interesse. E non solo per il murale di Banksy in piazza Gerolomini, raffigurante la Madonna con una pistola al posto dell’aureola…


Davanti al Museo Jago nel Rione Sanità - Foto di Alberto Venturelli
Davanti al Museo Jago nel Rione Sanità - Foto di Alberto Venturelli

Il Museo Jago a Sant’Aspreno ai Crociferi: quando la classicità si ribella

Nel cuore del Rione Sanità, quartiere spesso raccontato solo per le sue fragilità, si trova il Museo Jago, spazio espositivo dedicato all’artista contemporaneo Jago, tra le figure più originali della scena europea.

Qui la tradizione classica non viene celebrata in modo accademico: viene messa in discussione, ribaltata, resa viva. Le sue opere dialogano con i grandi modelli del passato – l’arte classica e rinascimentale, Michelangelo, Botticelli, i miti – ma li trasformano. Il marmo resta perfetto, ma il contenuto è perturbante: non più armonia, bensì verità – spesso scomoda – dell’umano.

Il David non è l’eroe maschile della tradizione, ma una giovane figura femminile, colta in una postura non trionfante: non c’è vittoria imminente, ma una presenza esposta, fragile.

La Venere non è giovane né idealizzata, ma una donna anziana, con un corpo che non nasconde la decadenza: restituisce la verità del tempo – rughe, cedimenti – senza perdere dignità.

Nella Pietà, la figura che sostiene il corpo non è la Madre, ma un uomo, riconoscibile come lo stesso artista. Il gesto, tradizionalmente materno e salvifico, diventa qui atto solitario e umano, senza redenzione né promessa: il corpo abbandonato non rimanda a una resurrezione, ma alla nuda evidenza della finitezza. La compassione non è più mediata da una figura divina, ma nasce dall’interno dell’uomo, come responsabilità diretta verso il dolore proprio e altrui.

E Narciso, piegato su una superficie riflettente alla ricerca della propria immagine, ritrova invece Eco: il mito capovolto diventa così meditazione sul bisogno dell’altro per esistere.

La tensione dei corpi e il dinamismo della violenza di Aiace su Cassandra richiamano la piaga, purtroppo estremamente attuale, delle donne violate.

Natura morta è metafora della violenza normalizzata: una cesta colma di armi, scolpita nel marmo, ci ricorda come la guerra e gli strumenti di morte siano diventati oggetti ordinari, quasi domestici…

Ma ciò che rende questa esperienza davvero unica è il contesto umano che la circonda. Il museo non è un’isola estetica: è parte di un progetto più ampio, in cui arte e impegno sociale si intrecciano grazie alla visione di Jago e di don Antonio Loffredo e alla rete di cooperative La Paranza/La Sorte, i cui operatori lavorano quotidianamente per offrire ai giovani del quartiere alternative concrete alla marginalità.


Narciso - Foto di Gioia Ambrosi
Narciso - Foto di Gioia Ambrosi
Natura morta - Foto di Gioia Ambrosi
Natura morta - Foto di Gioia Ambrosi

Non è retorica. È pratica quotidiana.

Giuseppe, giovane operatore della cooperativa, ha guidato il gruppo con competenza e passione, mostrando come dietro ogni opera ci sia anche un’idea di comunità: togliere i ragazzi dalla strada, costruire competenze, generare lavoro, restituire dignità.

In questo senso, il Museo Jago è diventato un laboratorio di futuro.

Ultima tappa, il Figlio velato, realizzato da Jago a New York e poi collocato nel silenzio della Cappella dei Bianchi, all’interno della Chiesa di San Severo fuori le mura. Una scultura che richiama il Cristo velato ma lo trasforma in una rappresentazione struggente dell’infanzia violata, della fragilità, della morte innocente. Un’opera che non si guarda soltanto: si attraversa emotivamente.

Un viaggio che parla anche di noi

Il gruppo – composto da umbertidesi non più giovanissimi, ma curiosi, attivi, disponibili a mettersi in gioco – ha vissuto questa esperienza non solo come visita, ma come incontro.

L’aspetto conviviale (la pizza semplice da Michele, i sapori del Golfo all’Antica Trattoria da Carmine e alla Locanda del Gesù Vecchio, cuoppo e pizza fritta…) e la condivisione hanno fatto da cornice a un percorso, guidato da Sergio Bargelli e Giuseppina Gianfranceschi, che ha unito sacro e profano, bellezza e contraddizione, memoria e presente.

Ma il messaggio più forte è arrivato proprio da quel pezzo di Napoli spesso raccontato come periferia difficile. Lì, invece, si è vista una possibilità: che l’arte non sia evasione, ma responsabilità.


Alcuni dei partecipanti al viaggio - Foto di Alessandro Vestrelli
Alcuni dei partecipanti al viaggio - Foto di Alessandro Vestrelli
Atrio napoletano - Foto di Monica Cecchetti
Atrio napoletano - Foto di Monica Cecchetti
Vista sul Golfo - Foto di A.Vestrelli
Vista sul Golfo - Foto di A.Vestrelli

Che la cultura non sia ornamento, ma strumento di trasformazione.

Forse è questa, oggi, la vera “nobiltà”: non quella dei palazzi e delle collezioni, ma quella delle persone che scelgono ogni giorno di restare umane.

E Napoli, ancora una volta, lo insegna.

Un’operazione potente, che parla direttamente al nostro tempo.

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