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La fuga dei cervelli è iniziata tempo fa

Aggiornamento: 18 apr



E pensare che per Dante questo era il "bel paese là dove 'l sì sona/"Per pagare le spese bastava un diploma, non fare la star o l'icona”, scrive Caparezza nel brano Goodbye Malinconia datato 2011.

La fuga dei cervelli è un problema complesso e sfidante da affrontare. Le difficoltà nel trattare questa questione derivano da diverse ragioni, tra cui la definizione stessa del fenomeno e il suo impatto sul paese di origine. La definizione di "brain drain"ovvero lo spostamento unidirezionale di capitale umano altamente qualificato da uno stato ad un altro che è in grado di offrire migliori prospettive economiche e di vita, ha subìto negli anni alcune integrazioni arrivando ad includere concetti come:


  • lo scambio di cervelli, brain exchange, che secondo l’Ocse è il flusso di risorse intellettuali tra un Paese e l’altro, con uno spostamento equilibrato nei due sensi,

  • la circolazione dei cervelli, o brain circulation, descrive un itinerario professionale e accademico che comporta un trasferimento all'estero per l'acquisizione di formazione avanzata e l'inizio di una carriera. Questo percorso include il completamento degli studi in un paese straniero, l'ottenimento delle prime esperienze lavorative significative sempre all'estero, per poi fare ritorno nel proprio paese d'origine. Una volta rientrati, si utilizzano le competenze e le conoscenze acquisite per assumere ruoli di elevata statura e responsabilità.

  • e lo spreco di capitale intellettuale, o brain waste, concetto che si riferisce alla perdita di competenze e conoscenze quando professionisti altamente qualificati emigrano da un paese, ma non riescono a trovare impiego nel loro campo di specializzazione nel nuovo paese. Il "brain waste" può avere un impatto significativo sia sul paese di origine che su quello di destinazione. Per il paese di origine, rappresenta una perdita di investimenti in educazione e potenziale innovativo. Per il paese ospitante, può significare un mancato sfruttamento delle competenze disponibili, che potrebbero contribuire positivamente all'economia e alla società.

 

I dati disponibili indicano una crescente emigrazione di laureati dall'Italia, con un numero significativo di giovani dottori di ricerca che non ha intenzione di tornare nel paese d'origine. Questa tendenza minaccia il capitale umano e l'innovazione del paese, con gravi conseguenze per il suo sviluppo futuro. Tuttavia, la carenza di dati accurati e completi ostacola una valutazione completa del problema, mentre l'atteggiamento ambiguo e sottovalutante della classe politica italiana rende difficile affrontare efficacemente il fenomeno.

I dati pre-pandemici rivelano che, nel 2019, circa 122.000 italiani si sono registrati presso l'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (Aire). Tuttavia, i dati dell’emigrazione giovanile italiana sono molto più corposi di quanto si possa pensare.

Uno studio recente condotto dalla Fondazione Nord Est insieme all'associazione Talented Italians in the UK rivelano infatti che le stime sul numero degli espatri sarebbero 2,6 volte superiori rispetto alle cifre registrate da Aire. Mentre si discute principalmente del calo della natalità e dell'arrivo di migranti, l'emigrazione giovanile risulta essere un fenomeno sottovalutato ma con un impatto significativo sul potenziale di crescita del paese.

Il motivo principale di questa sottovalutazione risiede nella discrepanza tra i giovani italiani che si registrano come emigrati presso l'Aire e quelli effettivamente conteggiati dalle statistiche dei paesi europei di destinazione.

Questo divario è dovuto al diverso interesse degli emigrati nel segnalare la loro presenza ai due istituti: l'iscrizione all'Aire comporta la perdita di alcuni benefici, come usufruire dell’assistenza sanitaria in Italia, mentre dichiarare il trasferimento all'amministrazione locale è necessario per ottenere vantaggi come contratto d’affitto, lavoro e fornitura di gas ed elettricità. A partire da quest'anno attraverso la Legge di Bilancio 2024 sono state introdotte sanzioni più severe per coloro che non si iscrivono all'Aire. Sebbene l'iscrizione fosse già obbligatoria per i cittadini che fissano all’estero la dimora abituale entro i 90 giorni dalla data di registrazione al comune estero e per coloro che già vi risiedono, sia perché nati all’estero che per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo, è stato infatti previsto un aumento della sanzione pecuniaria amministrativa che andrà dai 200 ai 1000 € per ciascun anno di mancata iscrizione.



Il dossier AUR (Agenzia Umbria Ricerche) “L’Umbria (e l’Italia) in transizione in riferimento all'emigrazione dei laureati umbri rivela che, nel 2020, un giovane laureato tra i 25 e i 39 anni ha deciso di trasferirsi all'estero ogni trecento giovani residenti in Umbria, un aumento drammatico rispetto al 2011, quando la proporzione era di uno a tremila (pag.51).

L'analisi effettuata dalla Cgia di Mestre, basandosi su dati Istat, rivela un incremento nella migrazione dei giovani adulti, specificamente nella fascia d'età 18-39 anni, che hanno lasciato il territorio nazionale e sono stati rimossi dai registri anagrafici. Questo fenomeno è in crescita: nel 2021, il numero di laureati che hanno abbandonato la regione è stato di 312, evidenziando un cambiamento rispetto all'anno precedente, quando i laureati emigrati erano stati 552.

Questo esodo ha contribuito a un saldo migratorio negativo crescente, passando da -19 unità nel 2011 a -306 unità dieci anni dopo, posizionando l'Umbria in cima alla classifica delle regioni italiane per la crescita di esodi netti nel decennio.

Le cause di questa fuga sono molteplici, ma tra le principali si annoverano le condizioni economiche sfavorevoli, come gli stipendi netti dei giovani che risultano molto inferiori rispetto a quelli di altri paesi dell'OCSE e addirittura più bassi in Umbria rispetto al resto dell'Italia e del Centro-Nord. Inoltre, l'Umbria si distingue per avere la più alta percentuale di lavoratori sovraistruiti, il che sottolinea un disallineamento tra il livello di istruzione dei giovani e le opportunità di lavoro qualificato disponibili nella regione.

L'Umbria deve essere più che un semplice luogo di visita turistica per essere considerata attrattiva e sostenere una crescita demografica. Non basta solo un aumento del turismo, sebbene contribuisca all'economia locale. È essenziale che sia anche un luogo in cui le persone vogliono stabilirsi permanentemente, lavorare e vivere.


Per la Redazione - Chiara Maria Sole Bravi

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